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Cos’è l’IRPEF e come funziona: guida alle aliquote 2026

L’IRPEF — Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche — è la tassa più importante che esiste nel sistema fiscale italiano. La pagano quasi tutti: lavoratori dipendenti, pensionati, liberi professionisti, artigiani, commercianti. Eppure pochissimi sanno davvero come viene calcolata, perché è progressiva e cosa significa concretamente questo sulla propria busta paga. In questa guida ti spiego come funziona l’IRPEF, quanto si paga e come capire se stai pagando la giusta aliquota.

📌 Articolo in breve
L’IRPEF è l’imposta progressiva sui redditi delle persone fisiche in Italia. Si applica a scaglioni: più guadagni, più paghi — ma solo sulla parte di reddito che supera ogni soglia, non su tutto. Nel 2026 le aliquote sono tre: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000, 43% oltre i 50.000. Il calcolo finale tiene conto di detrazioni e deduzioni che abbassano l’importo dovuto.

Indice

  1. Cos’è l’IRPEF e chi la paga
  2. Gli scaglioni IRPEF 2026
  3. Come si calcola l’IRPEF: un esempio pratico
  4. Detrazioni e deduzioni: la differenza che conta
  5. IRPEF e busta paga: come funziona la ritenuta alla fonte
  6. Addizionale regionale e comunale
  7. IRPEF per i lavoratori autonomi
  8. Quanto paga davvero un italiano medio
  9. Domande frequenti

Cos’è l’IRPEF e chi la paga

L’IRPEF nasce nel 1973, quando la riforma tributaria Visentini ha sostituito una serie di imposte frammentate con un’unica imposta sui redditi delle persone fisiche. L’obiettivo dichiarato era — ed è ancora oggi — quello di distribuire il carico fiscale in modo proporzionale alla capacità contributiva di ciascuno. Chi guadagna di più, paga di più. Non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale.

La pagano tutti i residenti in Italia su tutti i redditi ovunque prodotti, e i non residenti che producono redditi nel territorio italiano. Rientrano nella base imponibile IRPEF i redditi da lavoro dipendente, da pensione, da lavoro autonomo, d’impresa, da partecipazione in società di persone, da fabbricati e terreni, da capitale e i cosiddetti redditi diversi — come le plusvalenze sulla vendita di immobili posseduti da meno di cinque anni.

Ci sono però redditi che sfuggono all’IRPEF ordinaria perché vengono tassati con regimi sostitutivi. Gli interessi sul conto corrente, i dividendi azionari e le plusvalenze finanziarie vengono tassati con un’imposta sostitutiva del 26% trattenuta direttamente dalla banca. I canoni di locazione possono essere tassati con la cedolare secca al 21% (o al 10% per i contratti concordati) invece di confluire nel reddito imponibile IRPEF. Chi aderisce al regime forfettario per le partite IVA paga invece un’imposta sostitutiva del 15% (o del 5% per i primi cinque anni), evitando completamente l’IRPEF ordinaria.

Gli scaglioni IRPEF 2026

Il meccanismo che rende l’IRPEF progressiva si chiama sistema a scaglioni. Il reddito imponibile viene diviso in fasce, e a ogni fascia si applica un’aliquota crescente. La riforma fiscale del 2024 ha ridotto gli scaglioni da quattro a tre, semplificando il calcolo rispetto al passato.

Nel 2026 le aliquote IRPEF sono le seguenti: il 23% si applica ai redditi fino a 28.000 euro, il 35% alla parte di reddito compresa tra 28.001 e 50.000 euro, il 43% alla parte di reddito che supera i 50.000 euro. È importante capire subito un concetto che molti fraintendono: l’aliquota più alta non si applica a tutto il reddito, ma solo alla parte che cade in quello scaglione.

Questo significa che chi guadagna 60.000 euro lordi l’anno non paga il 43% su tutto il reddito. Paga il 23% sui primi 28.000 euro, il 35% sui successivi 22.000 euro (da 28.001 a 50.000), e il 43% solo sugli ultimi 10.000 euro. L’aliquota media effettiva risulta molto più bassa dell’aliquota marginale del 43%.

Come si calcola l’IRPEF: un esempio pratico

Per capire davvero come funziona, prendiamo un esempio concreto. Supponiamo che Mario abbia un reddito imponibile IRPEF di 35.000 euro lordi annui. Come si calcola la sua imposta lorda?

Sui primi 28.000 euro si applica il 23%, che fa 6.440 euro. Sulla parte restante — cioè i 7.000 euro che vanno da 28.001 a 35.000 — si applica il 35%, che fa 2.450 euro. Il totale dell’IRPEF lorda di Mario è quindi 8.890 euro. Ma questa è solo l’imposta lorda: da qui si sottraggono le detrazioni (per lavoro dipendente, per carichi di famiglia, per spese mediche e così via), ottenendo l’IRPEF netta effettivamente dovuta.

Un secondo esempio per chi guadagna meno. Lucia è un’impiegata con 22.000 euro di reddito imponibile. Paga il 23% su tutti i 22.000 euro, quindi 5.060 euro di IRPEF lorda. Ma Lucia ha diritto alla detrazione per lavoro dipendente — che per quel livello di reddito vale circa 1.500 euro — e magari a qualche detrazione per spese mediche. L’IRPEF netta che paga effettivamente potrebbe scendere a 3.200-3.500 euro, cioè un’aliquota media reale del 14-16%.

Questo è il punto che i titoli dei giornali raramente spiegano bene: l’aliquota marginale (quella dello scaglione più alto) non è l’aliquota reale pagata sul reddito complessivo. L’aliquota media effettiva è sempre più bassa, perché le fasce più basse del reddito vengono tassate meno e le detrazioni abbassano ulteriormente il conto.

Detrazioni e deduzioni: la differenza che conta

Il linguaggio fiscale distingue tra deduzioni e detrazioni, e la differenza non è solo terminologica — cambia concretamente quanto risparmi.

Una deduzione abbassa il reddito imponibile prima che l’IRPEF venga calcolata. Se hai 35.000 euro di reddito e puoi dedurre 5.000 euro di contributi a un fondo pensione, paghi l’IRPEF su 30.000 euro invece che su 35.000. Il risparmio fiscale dipende dall’aliquota marginale del tuo scaglione: chi è nello scaglione al 35% risparmia 1.750 euro, chi è al 23% risparmia 1.150 euro. Le deduzioni più comuni sono i contributi previdenziali obbligatori, i versamenti ai fondi pensione integrativi (fino a 5.164,57 euro), gli assegni di mantenimento al coniuge separato e alcune erogazioni liberali.

Una detrazione invece si sottrae direttamente dall’imposta calcolata, non dal reddito. Se hai 8.890 euro di IRPEF lorda e hai diritto a 1.200 euro di detrazioni, paghi 7.690 euro. Le detrazioni valgono uguale per tutti, indipendentemente dallo scaglione di appartenenza. Le principali sono la detrazione per lavoro dipendente o pensione (che varia in funzione del reddito), le detrazioni per figli a carico, le detrazioni per spese mediche (19% delle spese che superano 129,11 euro), per gli interessi sul mutuo prima casa (19% fino a 4.000 euro annui) e per molte altre spese documentate che confluiscono nel modello 730. Se vuoi approfondire come recuperare queste spese nella dichiarazione dei redditi, la guida su come funziona il 730 spiega il meccanismo passo dopo passo.

IRPEF e busta paga: come funziona la ritenuta alla fonte

I lavoratori dipendenti non versano l’IRPEF direttamente all’Agenzia delle Entrate. Il datore di lavoro funge da sostituto d’imposta: ogni mese trattiene dalla busta paga una quota stimata di IRPEF e la versa al fisco per conto del lavoratore. Questo meccanismo si chiama ritenuta alla fonte.

Il problema è che la ritenuta mensile è una stima basata sul reddito annuo previsto: il datore di lavoro calcola quanto IRPEF il dipendente dovrebbe pagare nell’anno intero e divide per dodici. Se durante l’anno cambiano le condizioni — ad esempio prendi un aumento a luglio, o lavori solo sei mesi — la stima potrebbe risultare sbagliata. Il conguaglio avviene a fine anno, solitamente nella busta paga di dicembre, quando il datore di lavoro ricalcola l’imposta definitiva e aggiusta il tiro: se hai pagato troppo, ricevi un rimborso; se hai pagato troppo poco, trattiene la differenza.

Nella busta paga la voce “IRPEF” compare solitamente nella sezione delle trattenute. Accanto all’IRPEF statale trovi spesso le addizionali regionali e comunali, che sono imposte aggiuntive calcolate sullo stesso imponibile. Per sapere esattamente cosa significano tutte le voci della busta paga, conviene leggere la nostra guida su come funziona la pensione in Italia, che spiega anche come i contributi previdenziali si intrecciano con la tassazione IRPEF.

Addizionale regionale e comunale

Oltre all’IRPEF statale, chi è residente in Italia paga due imposte aggiuntive calcolate sullo stesso reddito imponibile: l’addizionale regionale e l’addizionale comunale. Queste imposte alimentano i bilanci di regioni e comuni, e le aliquote variano significativamente da un territorio all’altro.

L’addizionale regionale è fissata da ogni regione entro i limiti stabiliti dalla legge nazionale. L’aliquota base è dello 0,9%, ma le regioni possono alzarla fino all’1,4% per esigenze di bilancio — tipicamente le regioni con piani di rientro sanitario (come il Lazio fino a qualche anno fa) applicano aliquote più alte. L’addizionale comunale funziona in modo simile: il comune fissa l’aliquota entro un massimo dello 0,8%. I capoluoghi di regione tendono ad avere aliquote più alte rispetto ai comuni piccoli.

In pratica, chi vive a Milano paga un’addizionale regionale dello 0,9% (Lombardia) e una comunale dello 0,8%, per un totale dell’1,7% di imposta aggiuntiva sul reddito imponibile IRPEF. Chi vive in Calabria, dove l’addizionale regionale è più alta, può arrivare al 2,03% complessivo. Su un reddito di 30.000 euro, questa differenza vale circa 400 euro l’anno — non una cifra trascurabile.

IRPEF per i lavoratori autonomi

Per chi ha la partita IVA la gestione dell’IRPEF è più complessa rispetto al lavoro dipendente, perché non c’è un sostituto d’imposta che pensa a tutto. Il professionista o il lavoratore autonomo deve versare l’IRPEF da solo, attraverso il modello Redditi PF, in due tranche: il saldo dell’anno precedente (entro giugno) e gli acconti per l’anno in corso, il primo entro giugno (40% dell’acconto totale) e il secondo entro novembre (60%).

Chi aderisce al regime forfettario, invece, paga un’imposta sostitutiva del 15% su una base imponibile calcolata applicando un coefficiente di redditività ai ricavi lordi — non sulle spese effettive. Per un grafico o un consulente con coefficiente al 78%, un ricavo di 50.000 euro genera un imponibile di 39.000 euro, su cui si paga il 15%, cioè 5.850 euro. Molto meno di quanto pagherebbe con le aliquote IRPEF ordinarie, il che spiega perché il regime forfettario sia così attraente per chi rientra nei limiti di 85.000 euro di ricavi annui.

Quanto paga davvero un italiano medio

I dati delle dichiarazioni dei redditi pubblicati ogni anno dal Ministero dell’Economia raccontano una storia precisa. Il reddito medio dichiarato in Italia è intorno ai 22.000-23.000 euro lordi annui. Su questo reddito, un lavoratore dipendente paga circa 4.000-4.500 euro di IRPEF lorda, ma grazie alla detrazione per lavoro dipendente e alle altre detrazioni standard, l’imposta netta scende spesso a 2.500-3.500 euro. L’aliquota media effettiva per chi guadagna 22.000 euro lordi è quindi intorno al 12-15%, non al 23% dell’aliquota nominale dello scaglione.

Chi guadagna 40.000 euro lordi paga invece circa 10.000-11.000 euro di IRPEF lorda, ma le detrazioni la abbassano a 8.000-9.000 euro netti. L’aliquota media effettiva è intorno al 20-22%. Chi supera i 70.000 euro — e sono meno del 5% dei contribuenti italiani — ha un’aliquota media effettiva reale che si avvicina al 30-33%, mai al 43% dell’aliquota marginale massima.

Questi numeri aiutano a capire perché il dibattito sulle aliquote IRPEF sia spesso fuorviante: le aliquote nominali degli scaglioni non corrispondono mai all’imposta reale pagata, che dipende dal mix di detrazioni, deduzioni e regimi agevolati a cui ciascuno ha accesso. Un sistema complesso che, paradossalmente, diventa più equo proprio grazie alla sua complessità.

Domande frequenti

L’IRPEF si paga anche sulle pensioni?

Sì, le pensioni INPS sono redditi imponibili IRPEF a tutti gli effetti. L’INPS funge da sostituto d’imposta e trattiene l’IRPEF direttamente dalla pensione mensile, esattamente come fa il datore di lavoro con lo stipendio. Le pensioni di invalidità civile e gli assegni sociali sono invece esenti.

Se lavoro part-time, pago meno IRPEF?

Dipende dal reddito totale. L’IRPEF si calcola sul reddito annuo complessivo, non sull’orario di lavoro. Un part-time a 12.000 euro lordi annui paga pochissima IRPEF (o quasi nulla, considerando le detrazioni per lavoro dipendente), ma non perché lavori part-time, bensì perché guadagna poco.

Cosa cambia tra IRPEF e IRES?

L’IRPEF si applica alle persone fisiche. L’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) si applica invece alle persone giuridiche — SpA, Srl, cooperative — con un’aliquota fissa del 24%. Le società di persone (snc, sas) non pagano l’IRES: il reddito viene attribuito pro quota ai soci, che lo dichiarano nel loro modello IRPEF.

Posso ridurre l’IRPEF legalmente?

Sì, e sono tanti i modi per farlo nel pieno rispetto della legge. I principali sono: versare in un fondo pensione integrativo (deduzione fino a 5.164 euro), sfruttare tutte le detrazioni per spese mediche, portare in detrazione gli interessi del mutuo, usare il bonus ristrutturazioni, e — se sei un autonomo — valutare se il regime forfettario conviene rispetto all’ordinario. Non si tratta di evasione fiscale ma di pianificazione fiscale legittima.

L’IRPEF è uguale in tutta Italia?

L’aliquota statale è uguale ovunque. Ma aggiungendo le addizionali regionali e comunali, il carico fiscale totale varia da regione a regione e da comune a comune. La differenza tra il territorio con pressione addizionale più bassa e quello con pressione più alta può valere qualche centinaio di euro l’anno su un reddito medio.

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